“Veleno”

Recensione del teatro-danza di TarantArte

“Veleno” è un fantastico messa in scena di tormentosi vortici dell’infelicità, dell’impotenza e del dolore. Da pubblico ci fa fare dei conti con i nostri dolori interiori, che tocchiamo immediatamente con il grido straziante di Rorro. Per l’igiene mentale abbiamo bisogno di affrontare il dolore curato sul palcoscenico, curato nelle ritualità del Tarantismo e curato nelle ritualità di Pasqua.

Il teatro-danza “Veleno” diretto da Maristella Martella e prodotto con TarantArte è uno spettacolo eclettico. Lo sviluppo dello spettacolo può essere interpretato come il rituale del phenomeno storico del Tarantismo, portato nell’oggi e confrontato con le difficoltà per la salute mentale durante la pandemia. Nello spettacolo Martella e TarantArte elaborano come i Lockdown possono rinforzare malattia psichiche come la Depressione e disturbi alimentari compulsivi. Le protagoniste sperimentano diverse crisi, la prima indicata da uno straziante urlo di Rorro, e di vari cadute per terra, tipici movimenti delle tarantate e dei tarantati. Il tema del dolore viene espresso nei movimenti teatralizzati delle processioni dondolanti dei riti pasquali. Se però nel tarantismo il ballo porta a una catarsi degli interessati, la Trance Pizzica degli Kalàscima non porta a un sollievo dal dolore.

Lo spettacolo inizia con la citazione della fonte storica sul tarantismo De Situ Japigiae di Antonio De Ferraris, pubblicata intorno al 1510: “Essa infatti fece nascere qui una specie di ragno pericolosissima, gli effetti del cui veleno possono essere inibiti dal suono dei flauti e dei tamburelli.” Le protagoniste vestite di nero stanno sedute intorno a un grande tavolo, apparecchiato con quattro bicchieri, quattro calici di acqua e quattro piatti “poveri” con patatine. Gli sguardi delle protagoniste vanno nel vuoto, e danno la sensazione come se ciascuna fosse sola.

Rorro interrompe il silenzio con un monologo, che richiama la situazione attuale del lockdown, per perdersi nel mondo interiore della protagonista. La protagonista si sente patrocinata “mi hanno detto che non posso uscire” e impotente nell’accogliere le informazioni “senza sapere cosa posso e cosa non posso fare.” La situazione del Lockdown manifesta la sua impotenza verso il mondo e la sua idea infantile di voler scoprire il mondo e ballare. Lei è vittima. Si sente rinchiusa nelle quattro mura, perché le sue voci critiche interiori diventano omnipresenti. La sua disposizione depressiva intensifica la notizia del “restare a casa”, e lo trasforma nel divieto di ridere, di piangere e di godere.

La seconda crisi è innescata da un rossetto rosso. Il rosso simbolo del colore odiato delle tarantate e dei tarantati. Il rossetto regalato della madre, e applicato sulle labbra dell’altra attrice. L’applicazione del rossetto è simbolico. Prende la forma di un atto di violenza, un aggressione, un attraversamento di confini – perché la vittima non sa difendersi, ma sopporta. Rorro, l’attrice aggressore, sembra essere indifferente, sembra non accorgersene della violenza. L’applicazione del rossetto scatta una crisi in De Ronzo, che crolla. La protagonista cade per terra, rotola e i suoi gesti ricordano le tarantate e i tarantati nel documentario storico di Gianfranco Mingozzi. De Ronzo riporta quel gesto, che De Martino interpreta come l’ossessione della taranta, il ragno simbolico del tarantismo. Sdraiata per terra, con le gambe piegate e il bacino sollevato, la protagonista avanza a passi. Un gesto che dà l’impressione dell’animaletto.

La terza crisi si manifesta con l’iperventilazione di un attacco di panico. La quarta crisi si manifesta in un disturbo alimentare compulsivo. Nello spettacolo il silenzio non è un momento di felicità, ma di un vuoto infinito che si manifesta nel suono del masticare le patatine. I pensieri prendono forma in un monologo interiore, di una giovane infelice, contradicendosi e manifestando la sua incapacità di amarsi. Le altre protagoniste diventano osservatori del dolore, e si uniscono nelle preghiere per San Paulo, quando il monologo ammutolisce in un ulteriore crisi. Il sample di un canto storico conduce alla danza.

L’intro della chitarra del brano “Lu bene miu” evoca un’atmosfera onirica. Ardito improvvisa la lotta per la liberazione dal vestito del dolore. La prima scena di ballo si conclude con l’elaborazione estetica dei passi dondolanti delle processioni pasquali. Dai passi in unisono, le attrici elaborano ognuna per sé, incarnazioni del dolore. Passano a uno comune esternare del dolore nel battere ritmico sul tavolo che si trasforma nel ritmo del Tambureddhu del brano “Psychedelic Trance Tarantella” degli Kalàscima.

Con “a ddhu the pizzicata, la taranta avvelenata” il brano evoca il tarantismo. I gesti della coreografia sembrano a tratti appoggiandosi alla musica, mancando l’espressione di un’idea intrinseca, che si elabora autonomamente, esprimendo lo stato apatico, impotente, delle protagoniste, che non scelgono, ma le quale sono persino vittime della musica, che non le fa “scazzicare”, liberarsi del male, ma le rinchiude nelle sue melodie e nelle sue ritmiche destabilizzanti.

I gesti condizionati si dissolvono in una pizzica. De Ronzo si stacca dall’austerità della pizzica e inizia a girarsi su sé stessa, cercando di spazzare via qualcosa dal suo copro, presumibilmente la propria sfortuna. La scena si dissolve in un ballo di coppia tra Piccinni e Rorro, culminando a suono di ciaramella nei passi di una tarantella all’indietro. Segue un improvisazione di Ardito in primo piano, mentre le altre eseguono in sottofondo alcuni noti elementi delle coreografie di TarantArte. Si ritrovano in una fila a passo della Pizzica e si uniscono in un galoppo laterale in un cerchio che ricorda il quadro “la danza” di Matisse. Il brano finisce bruscamente. La voce fuori campo di Martella riconosce con un monologo di Carmelo Bene, la propria incapacità di far fronte alla situazione. In dialetto conclude “iutu, la malattia m’ha fatta scema.”

Concludo che il teatro-danza “Veleno” intreccia l’idea del tarantismo con la situazione attuale dei Lockdown e le difficoltà di affrontarli con malattie mentali. Richiamando la struttura del rituale del Tarantismo, lo spettacolo inizia con la dimostrazione di varie crisi e culmina nel brano “Psychadelic Trance Tarantella” dei Kalàscima, che evoca il parallelismo con la Pizzica Taranta come musica curativa del Tarantismo. Le protagoniste tuttavia, non provano una catarsi ma sembrano piuttosto esperimentando un deterioramento della loro situazione. L’espressione finale sui volti delle attrici è ancora più disperata dell’inizio. L’effetto terapeutico della musica non avviene. Il rito curativo del Tarantismo resta un’idea che viene ripresa in modo eclettico, che al contrario dell’uso rituale non guarisce. Lo spettacolo si conclude con la comprensione dell’incapacità di curare la propria malattia mentale.

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Den Süden Italiens tanzen

a tarantella

Embodiment – Kreativität – Ausdruck

Limited Spots: max. 15 TänzerInnen
wöchentliche Treffen, monatliche Schwerpunkte
1. Zyklus (vorerst) Online (4 Einheiten)
Start: Dienstag 2. Februar, 20:00-21:00 (weitere Einheiten: 9.2., 16.2. Faschingsdienstag, 23.2.)
die 1. Einheit ist zum Kennenlernen frei!
25€ pro Zyklus (oder 10€ pro Einheit)
Anmeldung: sonja.kieser@gmx.net

Tanz ist weite Enge, sich kontrahierende Dehnung und ruhende Bewegung.

@ Künstler*innenresidenz “Danzare la terra” von TarantArte, Choreographie Maristella Martella

Im Workshop vermittle ich euch traditionelle Gesten der süditalienischen Tarantella. Gemeinsam formen wir einen zeitgenössischen Ausdruck, indem wir unsere Körperpräsenz spüren. Die Tänze des Südens werden frei getanzt. Tanzschritte und Figuren werden improvisiert kombiniert und viele Tanzfiguren sind ohne Körperkontakt. Im Tanz ist es wichtig, den eigenen persönlichen Ausdruck zu finden. Im Gegensatz zur Perfektion geht es vordergründig um die Beziehung zu sich und zu den anderen. Das Tanzen wird zu einem performativen Weg zu sich selbst.

Das Schöne an den Tänzen Süditaliens ist ihre Einbettung in Bräuche. Meine Forschung brachte mich auf Feste und Festivals, zu Madonnenfeiern rund um den Vesuv, in die abgelegenen Berge Kalabriens und zu Künstler*innenresidenzen am Meer. Ich arbeite mit großartigen Tänzerinnen zusammen, die ihre lokalen Tanztraditionen zeitgenössisch interpretieren und dabei die Möglichkeiten des Köperausdrucks erkunden.

Im Workshop finden wir den Bewegungsfluss zur mediterranen Polyrhythmik, die uns imaginär hoch über die Berge hinaus und tief in die unbekannten Weiten des Meeres hinein zum Wesen unseres Seins führt.

Sona!

Ph. Navarra Cristina Maria

“Sona!” dokumentiert den Tag der Parade der 131 Rumit (die Maske des Eremiten), die sich in den “laufenden Wald” verwandeln, den Namen, den der Fasching in Satriano vom Fotojournalisten Andrea Semplici bekommen hat. “Was machst du hier?” würde er mich fragen, als er mich unter einer Maske des Rumit entdecken würde, weil meine Canon 6D und das Stereomikrofon aus der Verkleidung herausschauen. Er wüsste schon, dass ich ihm antworten würde “Ich höre den Bäumen zu, Andrea.”

Als Musikwissenschaftlerin dokumentiere ich audiovisuell die Klänge, die uns umgeben und die Klanglandschaften, die auf Events entstehen. In Satriano hat mich der Klang des Waldes im Winter, fernab vom Ohr einer jeden Hörerin und eines jeden Hörers, dazu inspiriert die philosophische Frage zu stellen:

wie klingen die Bäume?

“Sona!” documenta il giorno della sfilata dei 131 rumit che si trasformano nella “foresta che cammina”, il nome dato dal fotogiornalista Andrea Semplici. “Tu, che ci fai quì?” mi chiederebbe scoprendomi sotto la maschera di un rumit che invece del fruscio, porta una Canon con Stereomicrofono. Saprebbe già, che gli rispondo “Ascolto gli alberi, Andrea.”

Da musicologa documento audiovisivamente i suoni che ci circondano e che avvengono durante gli eventi. Per Satriano il suono del bosco quiete d’inverno, lontano d’ogni percettore ispira la domanda filosofica:

che suono hanno gli alberi?

In 12 giorni ho organizzato il mio materiale audiovisuale della foresta che cammina del Carnevale di Satriano in 37 minuti di documentazione buona e finallizzato un documentario breve di 23 minuti.

http://www.alparcolucano.it/archivio/carnevale-di-satriano

La notte di San Giovanni

Die Nacht des Heiligen Johannes

Gibt es die Magie nur,
wenn Menschen gemeinam an einem Ritual teilnehmen,
wenn sich eine gemeinsame Atmosphäre bildet,
wenn die Ontologie “Teilen” ist?

Simona de Mitri vom “Parco dei Paduli” hat Freundinnen und Freune privat dazu eingeladen, um ein altes Ritual zu teilen, das in der Nacht des 23. Juni erinnert wird. “Steh auf, Heiliger Johannes” hat De Mitri die Gruppe der Eingeladenen auf Facebook betitelt. Der Abend sollte eine kleine Wanderung durch die Olivenhaine des Parks beinhalten, und die Gruppe sollte sich unter dem riesigen Walnussbaum einfinden, um das Ritual durchzuführen. Der Walnussbaum ist historisch mit dieser magischen Nacht verbunden, unter ihm sollten sich laut Erzählungen die Hexen eingefunden haben, um zu feiern. Es wurden auch die grünen Nüsse gesammelt, um den Nocino “Walnusslikör” herzustellen.

Während der Nacht des Heiligen Johannes, sagt man, haben die Kräuter ihre maximale Stärke erreicht, weshalb sie gesammelt wurden. Allen voran das Johanniskraut, auch Blut des Heiligen Johannes genannt, wegen der Farbe, die es beim Sammeln auf den Hängen hinterlässt. Es werden Käruter gesammelt, die gegen den Bosen Blick “Malocchio” schützen, oder weil sie Glück bringen. Ein Teil der Kräuter wurde über Nacht in Wasser eingeweicht, mit dem sich am Morgen das Gesicht gewaschen wurde. Auch der Tau wurde gesammelt, indem ein weißes Lacken auf dem Boden ausgebreitet wurde, und das am Morgen benetzte Lacken ausgewringt wurde.

Ich habe mitgemacht, um die Fotos in den Sozialen Medien zu teilen und zu zeigen, dass ich in Gedanken bei ihnen war. Wie De Mitri verbindet mich etwas mit der Vergangenheit des Territoriums, mit den Erzählungen der Menschen, mit ihrem Glauben, ihren Bräuchen und Riten. Wie ich De Mitri kenne wird sie für den abend historische Textpassagen über den Brauch herausgesucht haben, die den Brauch beschreiben und seinen Sinn interpretieren. Die Freund*innen hat sie darum gebeten, einen Gedanken mitzubringen, den sie teilen möchten.

Für mich ist wichtig zu fragen, welchen Sinn wir heute den Ritualen und ihren Geschichten geben, die uns übermittelt worden sind. Nehmen wir sie als Aberglaube wahr, oder sehen wir sie als kleine Lebensgeschichten, die uns im Kern eine Weisheit vermitteln?

C’è la magia solo,
se le persone partecipano insieme a un rituale,
se si crea un’atmosfera collettiva
e se l’ontologia è condivisione?

De Mitri del Parco dei Paduli, ha chiamato privatamente per la condivisione di un rituale antico che si ricorda nella notte del 23 giugno. “Azzate San Giuvanni” ha chiamato il gruppo di persone, che ha scelto per la condivisione intima. Ha proposto di fare una passeggiata a piedi nei paduli verso l’uliveto pubblico, dove c’è un grandissimo albero di noce, storicamente connesso a questa notte magica, perché sotto di esso le striare e macare si radunavano per festeggiare. Oltre al divertimento si raccoglieva pure i noci verdi per preparare il nocino.

Durante la notte di San Giuvanni, si diceva che le erbe hanno raggiunto il loro massimo potere balsamico. Perciò venivano raccolti. In primis l’iperico, anche detto sangue di San Giovanni, per il colore che lascia sulla pelle, quando viene strappato. Tante altre erbe vengono raccolte per il loro potere contro il malocchio o perchè portano il buon auspicio. Una parte delle erbe viene messa in una ciotola con acqua e esposta alla notte, così che la rugiada magica ne poteva cadere dentro. Al indomani si lavava con l’acqua. La rugiada veniva anche raccolta con un lenzuolo bianco, steso sul prato e la mattina strizzato.

Io ho partecipato per postare le foto, per dimostrare che il mio pensiero è con loro. Che come De Mitri, stringo un legame con il passato del loro territorio, con i racconti della gente, le credenze, le usanze e i riti. Noi oggi le ricreiamo e le viviamo come eventi di memoria. Per San Giuanni De Mitri, come la conosco, avrà letto dei paragrafi storici, che descrivono il rito e che interpretano il suo senso. Ha pure chiesto alle amiche a agli amici di portare qualche poesia e pensiero da condividere.

Per me è importante chiedere, che senso diamo noi oggi ai rituali e le loro storie che ci sono state tramandate. Prendiamole come superstizioni, o prendiamole come piccole storie di vita, che nel nucleo ci trasmettono qualche saggezza?

exploring musical spaces